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Com'è verde il mio vestito: l'anima ecologica della moda

Stella McCartney docet: il marchio bio ormai vale
più delle griffe. Armani con la frutta colora le t-shirt

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di Francesca Pierantozzi

PARIGI – Bella e buona. L’eleganza da sola non basta più, né il glamour o l’originalità: la moda ormai vuole anche un’anima, possibilmente ecologica, magari equa, di sicuro sostenibile. E il marchio bio sul vestito comincia a valere quanto o più della griffe di solo lusso dello stilista haute couture. Un tempo riservata agli ecologisti irriducibili più attenti al pianeta che allo chic, la moda verde ha ormai conquistato passerelle, creatori, star e comuni mortali. Accanto e dentro alle Fashion Weeks, che siano New York, Londra o Milano, le passerelle bio non sono più un aneddoto. A Londra, in prima fila all’ultimo Ethical fashion show sedeva la papessa della moda, la perentoria Suzy Menkes critica all’International Herald Tribune e convinta sostenitrice della green attitude.

Proprio in questi giorni Giorgio Armani lancia la sua collezione-capsula interamente ecosostenibile di polo, t-shirts e jeans cinque tasche in verde, rosa e pesca, tutti colori realizzati con estratti di frutta - kiwi, fragole, lamponi o arance - senza additivi né ingredienti chimici. E sempre in questi giorni si è svolta a Parigi la seconda edizione del salone 1.618 Sustainable Luxury, fiera del nuovo lusso sostenibile, con un numero di partecipanti doppio rispetto all’anno scorso. Oggi che il verde è il colore più amato dagli stilisti vale la pena ricordare, come ha fatto di recente il mensile Vogue, i pionieri di un movimento che ha faticato a imporsi nel difficile e non sempre equo né solidale mondo del lusso. All’origine, negli anni Novanta, tra i primi coraggiosi si contano il designer del Mali Lamine Kouyaté, fondatore di Xuly Bet, l’ultra trendy maison famosa per le cuciture rosso sangue, il belga Martin Margiela e anche re Giorgio (Armani), che in tempi non sospetti elevò la canapa ai vertici della haute couture.

Non ha mai tradito la sua vena verde nemmeno Stella McCartney, che una decina di anni fa ha imposto la eco fashion: una moda rispettosa dei gusti, naturalmente dell’impatto ambientale ma anche di quello umano, attenta ai modi di produzione e ai diritti dei lavoratori. Ai tempi si è dovuto arrendere perfino l’altezzoso Karl Lagerfeld, costretto ad ammettere che il grande défilé polare di Chanel al Grand Palais di due anni era con magnifiche pellicce completamente finte: «Odio il termine falsa pelliccia – ha dichiarato Lagerfeld - ma bisogna dire che un tempo erano orribili e che oggi sono stati fatti enormi progressi». Punta invece da sempre solo sul riciclaggio, il fantasioso stilista britannico Gary Harvey, autore di celebri abiti fatti interamente con tappi di bottiglia, lattine o scatole riciclate e tutti rigorosamente adatti a serate di gala. Risolutamente eco-chic anche il francese Franck Sorbier, che negli ultimi anni ha organizzato sfilate virtuali a zero impatto ambientale e che, dopo pezzi unici realizzati con materiali interamente riciclati (famoso l’impermeabile di buste di plastica) ha presentato l’ultima collezione al Cirque d’Hiver a Parigi trasformando le modelle in folletti e la passerella in un sentiero di foresta. In materia di riciclaggio menzione particolare meritano le Vin jackets, realizzate interamente con cuoio di auto d’epoca, dalle Cadillac alle Jaguar. Di ecopelle e vero chic è invece la Hobo bag di Valentino, tempestata di rose, da portare, perché no?, con le scarpe Civic Duty di Steven Weinreb, realizzate esclusivamente con la plastica da imballaggio dei colli dello spedizioniere internazionale Fedex.

Lunedì 09 Aprile 2012 - 19:49    Ultimo aggiornamento: 19:56



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