Il "manifesto" della nuova Lega, i sindaci
veneti: via Padania, ampolle e xenofobia

In soffitta slogan e riti del vecchio Carroccio, il movimento
va alla carica con un documento: «È stato visto da Maroni»

Bepi Covre, in piedi con il microfono (archivio)

di Alvise Fontanella

VENEZIA - La Padania? Ci fa perdere voti. Il rito dell’ampolla, il dio Po? Peggio ancora. Gli insulti ai meridionali? Un errore, un tragico errore che ha condotto il conducator Bossi e le sue truppe a buttare vent’anni di battaglie all’inseguimento di un sogno sbagliato.

Nella Lega Nord, anzi nel suo cuore profondo e antico, nella Liga Veneta si abbatte anche l’ultimo tabù: insieme al mito di Bossi che aveva sempre ragione, crolla anche il dogma bossiano per eccellenza, lo Stato che non c’è, la Padania. E lì, con l’ascia in mano, barbaro sognante prim’ancora che Maroni leggesse Slataper una notte di quest’estate, chi c’è? Ma lui, naturalmente: il leghista eretico Bepi Covre, quello che negli anni Novanta voleva rifare l’Italia col Movimento dei sindaci e ai primi di marzo scorso, in tempi non sospetti, con Marzio Favero, già chiedeva "nuova Lega e facce nuove".

E insieme a lui, tornano alla carica con un "Manifesto per la Lega che verrà" altri sindaci e amministratori leghisti, da Marzio Favero di Montebelluna a Gianantonio Da Re di Vittorio Veneto, proprio lui, e poi Luciano Dussin di Castelfranco, e Marco Serena di Villorba, Massimo Tondi di Fonte ed altri. «Ma è un documento aperto, lo presenteremo alla direzione provinciale di Treviso e poi al nazionale veneto» annuncia Luciano Dussin.
Nel Manifesto per la Lega di domani, si cerca invano la parola Padania. Torna più volte, invece, la parola Federalismo. Ma è il federalismo di D’Alema, introdotto in Costituzione dal governo di sinistra nel 2001, con tanto di Regioni e Comuni non subordinati allo Stato, di autonomia finanziaria nonché di autogoverno a geometria variabile, tutta roba rigorosamente mai applicata. «Da lì bisogna ripartire - spiega Dussin - dalla concretezza di norme vigenti, passo dopo passo, con alleanze variabili, costruendo l’autonomia dei territori dal basso». «La forza della Lega non è solo nelle Regioni e nei Parlamenti, ma soprattutto negli enti locali» sta scritto nel Manifesto. E si stabilisce che «i candidati vanno scelti per merito: si presenta per Regione e Parlamento solo chi sia già stato consigliere comunale o provinciale». Niente Trote in lista, insomma. E poi, «cambiare linguaggio»: «Le dichiarazioni xenofobe, i richiami a una chiusura localista, l’invocazione di un tradizionalismo di facciata hanno nuociuto alla causa e alla crescita della Lega». «I riti delle ampolle, la Padania, non hanno pagato - ragiona Dussin - come gli insulti ai meridionali e agli immigrati. La Repubblica Veneta aveva una tradizione di pragmatismo e apertura al mondo, chiudersi è un errore: sette veneti su dieci non ci votano, alla fine. Quel linguaggio ci ha fatto perdere vent’anni. La Lega deve diventare, come dice il buon Maroni, il sindacato del Nord, quello che intrepreta e rappresenta gli interessi delle Regioni del Nord, il loro diritto ad autogovernarsi.

«Basta parlare di Padania, dobbiamo parlare di Veneto, Lombardia, Piemonte, Emilia, accomunate da enteressi simili, alleate nelle nostre battaglie per il diritto all’autogoverno». Un tempo si veniva espulsi dalla Lega per molto meno, oggi Dussin non teme: «Il partito deve tornare ad essere federale, basta diktat. Io penso che Maroni sia il naturale successore di Bossi, con lui il territorio conterà di più e penso che con la sua guida, in un anno la Lega Nord supererà il 10% dei voti a livello nazionale». Ma Maroni ha visto il Manifesto? «Certo, ci ha incoraggiato ad andare avanti». E in Veneto? «Magari fosse Zaia, ma credo uscirà Tosi, e va bene. Gobbo? Un amico dai grandi successi, che paga sbagli non suoi».

Sabato 14 Aprile 2012



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