VENEZIA (21 aprile) - È da oggi in libreria (Frecce Mondadori, pagg. 280, euro 18) il nuovo libro di Renato Brunetta, "Rivoluzione in corso - Il dovere di cambiare dalla parte dei cittadini". Il Ministro per la Pubblica amministrazione e l’Innovazione, veneziano, vi racconta la sua battaglia contro "i fannulloni", la crociata contro i burocrati che danneggiano cittadini e colleghi, le riflessioni politiche sulla macchina statale e gli aneddoti più gustosi della sua lotta politica, parlamentare, personale.
Anticipiamo per gentile concessione un ampio stralcio del capitolo "La satira, il sarcasmo, le critiche ed il bersaglio".
di Renato Brunetta
C'è una differenza fra il buffone di corte e l'umorista che parla al pubblico di un Paese libero: il primo prende in giro i cortigiani ed i loro costumi per far ridere il sovrano; il secondo prende in giro i costumi sociali ed il comportamento dei governanti, o dei potenti, sperando di far ridere tutti. La satira è un importante indicatore di libertà. Esiste anche una differenza fra l'ironia ed il sarcasmo: la prima, se buona, sa essere beffarda; il secondo dovrebbe essere la versione amara della prima, ma scivola spesso nel dileggio, nell'umiliazione degli altri, tanto che la sua radice etimologica greca si riferisce alla "lacerazione delle carni".
L'ironia può essere feroce, senza essere offensiva. Il sarcasmo pretende di rendere divertente la ferocia, senza riuscirci.
Un personaggio pubblico che non accetti l'ironia non solo difetta di senso dell'umorismo, ma manca proprio di rispetto per la libertà. E la democrazia è l'organizzazione pubblica della libertà. Quando è possibile, si cerca di rispondere in modo ironico alle aggressioni verbali che calcano il terreno del sarcasmo. Celebre la risposta di Winston Churchill ad una giornalista che gli aveva detto: signor primo ministro, se lei fosse mio marito le metterei il veleno nel tè. E lui: gentile signora, se io fossi suo marito lo berrei volentieri.
Non tutti sono così bravi e, comunque, una risposta del genere non sempre è possibile.
Da quando sono ministro mi è capitato di trovarmi davanti a comportamenti inammissibili. È successo quando una vignetta pubblicata sull'"Unità", quotidiano dell'opposizione che fu comunista (e di cui si cita spesso a sproposito il grande fondatore, pensatore potente e lucido: Antonio Gramsci), ha mostrato la canna ingigantita di una pistola con la quale s'invitava a sparare a Brunetta, mirando in basso, naturalmente. Non so se qualcuno ne abbia riso, e ne dubito assai, ma è osceno che un simile linguaggio possa trovare spazio fra gente civile.
È osceno nei confronti di chiunque, ma, se mi permettete, in modo particolare nei confronti di persone come me. Io vivo sotto scorta dall'ottobre 1983, ovvero da quando, collaborando con il governo Craxi nella definizione delle politiche del lavoro, finii nel mirino, vero e funzionante, delle Brigate rosse. È osceno perché un grande amico, un ottimo professore, un uomo onesto e serio, Marco Biagi, una pistola come quella se l'è trovata davvero davanti. Lo hanno lasciato cadavere di fronte al portone di casa. E cito Marco perché è l'ultimo in ordine di tempo, giacché, purtroppo, gli esempi potrebbero essere molti altri.
Attenzione, perché a sottovalutare certi linguaggi si commettono gravi errori. Quelli che sparano cretinate arrivano sempre prima di quelli che sparano pallottole, e capita che i primi indichino i bersagli ai secondi.
È successo anche che uno dei principali esponenti della sinistra, Massimo D'Alema, mi abbia definito "energumeno tascabile". Il "tascabile" si riferisce alla mia statura fisica ed è un modo di prendermi in giro che ricorda i più stupidi fra i compagni di scuola.
Che io sia "corto" appare abbastanza evidente, non mi offendo se lo si fa notare e ci scherzo anch'io (la battuta, giunta via Internet, che mi è piaciuta di più riguarda il dialogo fra due bambini: "Cosa vuoi fare da grande?", "Voglio fare Brunetta", "Ho detto da grandeeee"); ma quel "tascabile" stava assieme ad "energumeno". Perché sarei un violento, un accecato dall'ira, un indemoniato (questi sono, infatti, i significati del termine "energumeno")?
Anche qui, attenti: il giornalista Francesco Merlo, procurandosi una figura meschina, s'è dato la pena di spiegare, dalle colonne della "Repubblica", che non condivideva il "tascabile", ma sottoscriveva l'"energumeno", facendosi sfuggire del tutto il dato politico e (in)civile.
È violento pretendere che nella pubblica amministrazione si lavori? A me pare che la violenza consista nel far ricadere sui cittadini contribuenti il costo di un sistema che spesso non funziona, il frugare nelle loro tasche senza impegnarsi per evitare che vi siano profittatori e fannulloni. Ha sostenuto, quel presunto intellettuale privo di passione civile, che richiamare le persone al loro posto sarebbe una politica ispirata al fantozzismo. Vero l'esatto contrario: finché si penserà al cittadino come ad un Fantozzi dileggiato ed offeso, tenuto al silenzio ed al vile ossequio, allora sì che si potranno conservare sacche d'ingiustificato privilegio[...]
In quella definizione, "energumeno", è contenuta l'idea che sia violento e dissennato tentare di demolire l'attuale andazzo, come se i soldi pubblici dati agli impiegati fossero un diritto che non solo prescinde, ma può anche separarsi dal lavoro. Per questo quell'affermazione è non solo violenta ed offensiva, ma rivelatrice di un modo di pensare conservatore e reazionario. Non mi ha stupito affatto che si sia trovata sulla bocca di persone che hanno reso pessimi servizi alla sinistra, al mondo che dovrebbe essere dei lavoratori, non di chi li sfrutta.
È naturale che anche questo mio impegno sia sottoposto non solo a critica, ma anche ad ironia. E ci sta anche che l'ironia s'accompagni ad un sorriso sull'essere brevilineo. M'avessero dato del "botolo ringhioso", me ne sarei divertito e l'avrei presa come una sfida a dimostrare che non solo abbaio, ma so anche addentare chi danneggia gli altri, colleghi e cittadini. Avrebbe avuto un significato diverso, non disconoscendo la giustezza delle intenzioni, ma mettendo in dubbio l'efficacia dell'azione. Avrei risposto: vedremo, comunque preferisco chi abbaia a chi lecca. Invece quell'"energumeno tascabile" non era solo una battutaccia infelice, uno smottamento nel peggiore sarcasmo, ma la rivelazione di un modo di pensare. Pertanto chi l'ha pronunciato non deve chiedere scusa a me, ma ai suoi elettori.
Francesco Merlo, però, si è spinto assai oltre. Non pensavo proprio possibile essere paragonato allo Junger di Der Arbeiter (1932), che commosse Goebbels, ed a Pol Pot, in una specie di tripudio bipartisan, nazista e comunista, dei genocidi.
Da studioso dell'economia del lavoro, è singolare essere scambiato come esaltatore dei "cinesi di Prato", praticamente ridotti in schiavitù.
Mi ha davvero impressionato il pezzo di Merlo, perché leggendolo si sente il serrarsi della mascella, il digrignare dei denti, in un odio neanche troppo trattenuto. Terrificante.
Scambiare i tornelli, che regolano l'afflusso dei lavoratori, con i chiavistelli da "secondino", che tolgono libertà all'individuo, non è una critica, è un'allucinazione. Sarei un emulo di Mussolini e di Machiavelli, dove l'accostamento, più che altro, suona offesa per il fiorentino e per chiunque abbia letto qualche sua pagina, anziché ruminarla.
Nella sua replica alla mia lettera al direttore, Merlo, cui il suo giornale diede l'ultima parola, fu sprezzante ed offensivo, benché si sia guardato bene dall'entrare nel merito. Occuparsi delle cose reali è roba volgare, per taluni che credono d'essere colti (di sorpresa). Gli ho mandato un biglietto, personale ma non riservato, ricordandogli che la sua terra d'origine, la Sicilia, coltiva un ben migliore senso dell'onore.
[...]In quanto a mancanza di senso dell'umorismo, quando non direttamente di senso del ridicolo, sentite questa. Dato che sul sito del ministero pubblichiamo la rassegna stampa che riguarda la nostra attività, mettendoci, ovviamente, tutti gli articoli, positivi e negativi, abbiamo pubblicato anche le vignette. Per la verità quasi sempre divertenti, e più d'una d'incoraggiamento. Dopodiché qualcuno ha detto: usano un sito istituzionale, a spese dello Stato, per farsi propaganda. Tant'è vero che il 2 agosto 2008 "la Repubblica" ha dato in prima pagina la notizia di aver ricevuto in redazione, in una sola giornata, 600 lettere ed e-mail di protesta contro la loro pubblicazione. Molte di queste, si leggeva nell'articolo, erano indirizzate al capo dello Stato in quanto "garante dei diritti costituzionali". Nientemeno. Nel pomeriggio dello stesso giorno il segretario di Rifondazione comunista, Paolo Ferrero, ha quindi pensato bene di scagliarsi in un comunicato contro il mio "atteggiamento totalitario e fascistoide". E la sua fatwa è stata raccolta di lì a poco da diversi sindacalisti e da nove deputati del Partito democratico, che sulla vicenda hanno addirittura presentato un'interrogazione parlamentare.
Roba da matti! Le vignette, che per l'immediatezza del loro messaggio hanno spesso una rilevanza superiore a quella di un editoriale, erano state pubblicate sulle prime pagine dei quotidiani senza sollevare le proteste di alcuno. E le rassegne stampa sono un servizio al pubblico gratuito, presente in centinaia di siti.
Proprio per dimostrare che non era con la satira che me la prendevo, abbiamo quindi bandito un concorso per la vignetta più graffiante e cattiva sul mio conto. In poche ore la sfida è stata raccolta da ben 222 disegnatori dilettanti (75 dei quali dipendenti pubblici) residenti soprattutto in Lombardia, Lazio, Veneto, Campania, Toscana, Piemonte e Sicilia.
L'iniziativa ha spiazzato completamente i miei critici seriosi, riducendoli al silenzio. E non credo abbia contribuito a ridar loro il buonumore perduto la lettura di un intelligente editoriale di Michele Serra, che così argomentava il giorno dopo, sempre sulla "Repubblica": «La satira non ha mai colpito solo il Potere. Fino dalla sua culla (la cultura greca e latina) ha ampiamente preso di mira anche gli usi e i costumi del popolo, perché è la società nel suo complesso, non solo il palazzo, la vera materia satirica. Adombrarsi per qualche dileggio dei cosiddetti fannulloni è sgradevole e per giunta poco sportivo: gli uomini di potere sono subissati di pernacchie dall'alba dei tempi, e solo recentemente hanno scoperto che abbozzare è più democratico e soprattutto più conveniente. Se una fetta di scherno tocca in sorte anche all'uomo della strada, o dello sportello, siamo alla pura fisiologia satirica. Protestare e offendersi, e specialmente offendersi per categorie, come spesso avviene in Italia, non rende onore alla causa degli statali. Vale per tutti, ancora oggi, lo slogan con il quale Sergio Staino lanciò il suo indimenticato "Tango": chi s'incazza è perduto».