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Galan: «Non temo Zaia ma i leghisti
fanatici e bifolchi». E fa i nomi

Veneto, il presidente si toglie molti sassolini dalle scarpe:
«Mi fanno paura Dal Lago, Bitonci, Stiffoni e Vallardi»

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VENEZIA (27 febbraio) - Non teme Luca Zaia a capo della Regione - dice - ma altri esponenti della Lega: i fanatici e i bifolchi, quelli che urlano. E di questi il governatore Giancarlo Galan fa nomi e cognomi. In vista delle elezioni regionali che non lo vedranno più candidato, il presidente uscente ha raccontato nel forum al Gazzettino il suo Veneto, i personaggi che ha incontrato nella sua lunga esperienza in Regione, amici e nemici, i rapporti nel suo partito, il suo rammarico nel lasciare e i progetti per il futuro. Il primo obiettivo: far sì che il Pdl prenda più voti della Lega.

Un sondaggio della Swg assegna alla Lega il 39% e al Pdl 15 punti in meno. Altrettanto un’altra rilevazione di Piepoli. Le sue previsioni?
«Certi sondaggi vengono fatti per non fare capire. L’Swg è nota per aver fatto numerosi sondaggi e questo è identico a quello che fece quindici giorni prima delle elezioni del 2000 nel quale si dava Massimo Cacciari in vantaggio di 22 punti su di me: perse invece con 17% di scarto. La realtà è diversa. E il mio obiettivo è quello di far prendere al Pdl un voto in più rispetto alla Lega. Un compito che mi è sempre riuscito, quando ero investito in prima persona: alle politiche, alle europee. Spero anche ora, anche se la partita è difficile. Comunque, nel peggiore dei casi, anche se rimanessimo sotto di qualche punto non ci sarebbe alcuna tragedia, ci troveremmo nella stessa condizione in cui si è trovata la Lega in questi anni, che non ha avuto impedimenti nel fare politica, di conquistare nuovi consensi».

Par di capire che lei non abbia dubbi: se a guidare il centrodestra fosse stato ancora Galan il Pdl potrebbe dormire sonni più tranquilli nella competizione con la Lega.
«Non Giancarlo Galan. Questa legislatura regionale era partita con un obiettivo: candidare un altro del Pdl al mio posto. Si poteva puntare su Fabio Gava o Renato Chisso entrambi perfettamente in linea per rappresentare la continuità e perché in possesso di tutti i titoli necessari. Non è stato possibile farlo...».

Perché?
«Per difendere le posizioni del Pdl ho dovuto schierarmi io, il numero uno».

C’é chi la accusa, nel Pdl, di non aver mai voluto creare un "delfino".
«Banalità. Domando: Chisso e Gava non sono mai stati i numeri due? È vera invece un’altra accusa che mi viene rivolta: non aver mai dato retta ai partiti. Ma io sono un assertore della fine dei partiti. Questo era il sogno del ’94, un partito leggero. Non una macchina insopportabile che vincola tutte le scelte. E che fa perdere solo tempo per ricercare il consenso prima nel partito, poi tra i partiti alleati e poi finalmente si decide se fare qualcosa. È bene che i veneti sappiano che il Passante di Mestre non ci sarebbe stato se io avessi rispettato i riti della partitocrazia; idem per il rigassificatore se non avessi imposto di procedere con la votazione in Consiglio regionale il giorno dopo che avevo firmato l’approvazione della costruzione; e sul Mose non c’era la maggioranza in Consiglio per approvarlo. Però sono state fatte tutte e tre le opere».

Lei prima ha citato Chisso e Gava. Come mai nessuno dei due è stato indicato come candidato vice governatore?
«Perché questi sono i riti della politica. Nonostante il mio sogno di partito leggero, bisogna fare i conti con condizioni diverse, con le correnti, che da noi diventano pubbliche mentre altri riescono a soffocarle. Come nella Lega, dove esistono diversità di vedute, ma da loro si chiamano diversità di vedute, da noi correnti».

Infatti a Treviso dove la componente vicina a lei è entrata in rotta di collisione con l’area che fa riferimento al ministro Sacconi.
«Sacconi è il più bravo ministro del governo. Ma fa politica come si faceva trent’anni fa. Come? Ecco un esempio: da quindici anni, quando i ministri della sanità che si sono succeduti, Bindi compresa, nominavano i revisori dei conti delle Ulss mi chiedevano di indicare qualche nome, e io segnalavo. Con Sacconi non è successo, tanto che nel passaggio di consegne è andato da Fazio ricordandogli che per le nomine da fare avrebbe dovuto essere lui a proporre i papabili. Non mi scandalizzo, perché è così che si faceva politica trent’anni fa. Ma questo modo non mi piace, mi fa schifo».

Che opinione ha di Luca Zaia?
«Molto buona. Quando è stato vice governatore è stato corretto, leale e ha insegnato lealtà e correttezza anche ai suoi. Ed è un fenomeno della comunicazione che oggi, per fortuna o ahimé, è spesso molto più importante di ciò che realmente si fa. Ha tutti i numeri per affrontare la vera sfida che è quella dei confermare risultati di questi ultimi dieci anni».

Lei definisce Zaia leale. Allora perché all’inizio della campagna elettorale ha lanciato l’allarme sull’ipotesi che una volta diventato governatore attui uno spoil-system selvaggio?
«Zaia non è tutta la Lega. Della Lega mi danno fastidio gli accenti volgari, i toni di insulto, di fanatismo che taluni usano per conquistare una riga sui giornali... questo mi fa paura. Prendi la Manuela Dal Lago, di formazione liberale come me, oggi parla con livore, urla, insulta. Prendi Massimo Bitonci, è un fanatico mi fa paura. Piergiorgio Stiffoni è un maleducato e qualcun altro è un bifolco, come il senatore Gianpaolo Vallardi».

Parliamo del candidato del centrosinistra, Giuseppe Bortolussi.
«Mi piace, ma è un candidato sbagliato per il centrosinistra, che non si riconosce in lui. La sinistra è alla disperazione, non ne azzecca una. Come hanno potuto pensare di affidare la leadership veneta a Massimo Calearo, non ha spostato neppure un voto a Costabissara suo comune; almeno con Bortolussi qualcosa può fare. Ma se non gli attaccano i manifesti... temo che il Pd gli abbia tolto i fondi considerando ormai persa la partita spostandoli in Umbria dove rischiano di perdere».

E che dice dell’ormai ex alleata Udc?
«Andrà male anche per loro, ma non potevano fare altro. Non potevano certo schierarsi a sinistra perché i suoi elettori non li avrebbero seguiti. E dico: in Italia il centro non esiste. Casini cerca di creare uno spazio che non c’é più. Quanto alla lealtà, nulla da dire. Ma non solo: il loro apporto alla tradizione veneta, alla costruzione di questa regione di successo c’è sempre stato e io ne ho tenuto conto».

L’Udc prevede di arrivare al 9-10 per cento.
«Prenderanno meno del 6,8% delle europee».

Dove ha fallito come governatore?
«Abbiamo fallito dove avevamo solo la "moral suasion", la tattica di persuasione: nelle aggregazioni delle multiutilities e delle fiere, per esempio. Abbiamo fallito non riuscendo ad integrare le società autostradali in un unico polo. Non sono riuscito a far passare del tutto il concetto del Veneto come unica-grande metropoli. Certo, ormai più nessuno si batte per gli aeroporti che non siano i due poli di Venezia-Treviso e Verona-Brescia dall’altro. Con Veneto Strade abbiamo fatto una cosa straordinaria: sei province unite nella gestione delle ex strade statali. Ma in altre situazioni ha vinto il localismo. Il bilancio finale, vorrei dire, è però molto positivo: i successi sono in maggioranza».

Non ha nulla da rimproverarsi per la mancata approvazione del nuovo Statuto della Regione? Nel 2000 lei è stato il primo governatore in Italia a presentare una bozza.
«L’approvazione poteva avvenire in due mesi, ma si è trovato il modo di discutere di tutto ciò che poteva evitarla. Ha prevalso l’ideologia. Ma diciamo anche che l’assenza di una nuova Statuto non cambia i destini del popolo veneto».

Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit sponsorizza le Olimpiadi a Roma, in contrapposizione con Venezia. Cosa ne pensa?
«È una cosa vergognosa, perchè il Nordest ha più peso azionario in Unicredit rispetto ad altre regioni. Ma questo mi conferma che, comunque, il Veneto deve ancora fare molta strada, perché non conta ancora abbastanza a Roma».

Ci penserà lei quando farà il ministro?
«Quando sono arrivati tre ministri veneti tutti pensavano: adesso vedrete. Ma se uno fa il ministro solamente con l’ottica nazionale è una cosa, se lo fa con la visione della sua terra allora è diverso: quello può essere un valore aggiunto. Se avessi fatto il ministro della Sanità, avrei portato a Roma il modello veneto. Non è avvenuto. Eppure ritengo che avremmo molto da insegnare alle altre regioni, magari non alla Lombardia che ha un suo sistema sanitario».

Ma quale sarà il ministero di Galan?
«Sinceramente, non credo ci sarà molta libertà di scelta. L’importante è che io sia seduto al tavolo e quando arriva un provvedimento state certi che non starò zitto».

Torniamo in Veneto. A proposito di localismi, sull’università di Treviso è in atto un braccio di ferro tra Dino De Poli di Fondazione Cassamarca e l’ateneo di Padova...
«Sono schierato con Padova. E voglio dire che il proliferare di sedi è una follia. In una regione metropolitana di università ne bastano due, se sono di più scade la qualità. E non sono solo contrario alla moltiplicazione delle sedi ma anche delle cattedre: a Medicina a Padova, per esempio, un decimo di quelle che ci sono sarebbero sufficienti».

Nei mesi scorsi, c’é stato un momento in cui tutto sembrava possibile. Si andava verso la candidatura Zaia, e lei faceva dichiarazioni chiare verso una soluzione alternativa. Non escludeva neppure una corsa solitaria per contrastare la Lega.
«Vero, nell’ottobre scorso poteva accadere di tutto. C’era un piano, ipotizzato da qualcuno importante nel Pdl, che prevedeva l’assegnazione della Lombardia alla Lega, in Piemonte chiudere l’accordo con l’Udc candidando Vietti, lasciare il Veneto al Pdl».

Invece è accaduto qualcosa di molto diverso.
«In realtà qualcosa era già stato deciso nel giugno scorso e poi ognuno ha tratto le sue conseguenze. E non capendo molto del Veneto, là, da Roma hanno trovato più facile un’altra soluzione. A quel punto, pensare che io potessi capeggiare una coalizione contro il capo del mio partito non era possibile. Sarei sceso in campo solo con il consenso di Berlusconi. Lui era stato chiaro in due occasioni: chi alle europee prenderà un voto in più, ed era sicuro che la Lega ci avrebbe superato, esprime il candidato... noi abbiamo vinto; in una cena di parlamentari disse che il Piemonte sarebbe andato alla Lega mentre in Veneto sarebbe andata in scena la sfida all’ultimo voto, con liste contrapposte. Ecco, poteva succedere di tutto, anche che io uscissi dalla politica, ma mai mettermi contro Silvio».

La lealtà ha prevalso sulle sorti del partito?
«Certo. E non sono pentito, ma arrabbiato sì. Lo ero e lo sono ancora. Non lo faccio vedere, ma dico che dopo aver avuto dal Sole 24 ore il riconoscimento quale migliore governatore italiano, il giudizio più che positivo del Riformista in base ad un sondaggio tra una cinquantina di giornalisti autorevolissimi, ora ho un sondaggio fresco-fresco sul giudizio popolare dove il 72,9% degli intervistati dà un voto positivo del mio operato e il 23,8% mi ha dato un voto da 7 a 10. E volete che non mi inc...?».

Tre nomi, tre giudizi, tre voti: Massimo Cacciari sindaco di Venezia, Andrea Tomat presidente di Confindustria del Veneto, cardinale Angelo Scola Patriarca di Venezia.
«Cacciari non posso dire di averlo odiato, ma certo sono stato più volte molto invidioso di lui. Lo considero un pessimo amministratore, eppure sa piacere alla gente. Voto: 9. Tomat?.. Beh, è il capo degli imprenditori...».

Imprenditori che lei, recentemente, ha definito né generosi né coraggiosi.
«Confermo. Molti degli imprenditori che fanno carriera confindustriale, mutuano i peggiori tratti dei politici e della politica. Diventano ingenerosi, ingrati, mai propensi al rischio, non si espongono. Tomat è un ottimo esempio di tutto ciò. E poi ci danno sempre lezioni: ma vogliamo parlare di ciò che è accaduto in Confindustria a Rovigo, Venezia, Vicenza? Per favore... Voto: 6 meno meno. Preciso, parla del capo degli industriali, non degli industriali del Veneto a cui dò un bel 10».

Il Patriarca Scola?
«Voto, 10 con lode. Ho conosciuto tanti vescovi e pochi di questi mi hanno colpito: Pietro Nonis che considero il "mio" vescovo, e Angelo Scola. Il Patriarca se li mangia tutti, un livello culturale sconfinato. E poi ha fatto un atto, che sarebbe stato bene lo avesse fatto Tomat: al saluto di fine 2009 ha ricordato che quest’anno la politica avrebbe perso due protagonisti, Giancarlo Galan "grande governatore del Veneto" e il sindaco Cacciari "grande primo cittadino di Venezia". Non aveva alcun interesse a farlo, eppure lo ha fatto: un grande gesto».

Dove sarà la sera del 29 marzo?
«A casa».

A guardare i risultati elettorali in tv?
«Sono noiosi: non c’é tensione questa volta. Forse andrò nella sede del partito qualche ora dopo la mezzanotte, come facevo prima, per vedere se il Pdl ha ottenuto un voto in più della Lega».

Sabato 27 Febbraio 2010 - 11:51    Ultimo aggiornamento: Mercoledì 10 Marzo - 19:09



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