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IL DESTINO/Morosini, la vita difficile di un ragazzo forte: la morte dei genitori, il suicidio del fratello

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di Matteo Spini

BERGAMO - Nell’immaginario collettivo, la figura del calciatore assume spesso contorni quasi irreali, come se l’arte di sapere tirare due calci al pallone sia per definizione accompagnata da una dose extra di fortuna. I soldi, le donne, la gioia di potere svolgere come professione quello che forse un po’ tutti sognano di fare nella vita: il giocatore professionista è visto puntualmente con quel mix di invidia e di ammirazione, a prescindere dalla persona che si cela dietro la maglia di una squadra.

La retorica può anche essere accettata, ma non parlando della storia personale di Piermario Morosini, uno che – a differenza di tutti questi stereotipi - non è stato baciato nemmeno mai di striscio dalla fortuna. Era giovane, guadagnava bene, giocava in serie B e se la cavava anche discretamente: ma la vita non gli aveva mai lasciato tregua, disseminando di trappole perversamente sadiche il suo sentiero fin dall’adolescenza. Tante disgrazie, una famiglia così unita e forte che solo il gancio più atroce del destino avrebbe potuto sgretolare: un’adolescenza segnata dai traumi, uno più crudele dell’altro, con la perdita di mamma Camilla e papà Aldo nel giro di un paio d’anni e poi il suicidio del fratello, affetto da handicap come la sorella maggiore. Era Mario, insieme alla nonna, che si prendeva cura di tutti, perché in fondo proprio la famiglia era il suo grande amore, anche più importante di quel pallone rotolante da inseguire ancor prima di entrare giovanissimo nell’Atalanta, fin da quando giocava sui campetti sterrati di Monterosso, quartiere che si staglia proprio dietro lo stadio di Bergamo.

Ma sono solo dettagli, perché la sua carriera non era rimasta in naftalina: a diciotto anni da Bergamo a Udine, con il club friulano – davanzale sull’Europa - a puntare su quella che era per tutti una scommessa a botta quasi sicura. Con la maglia dell’Udinese sarebbero arrivati l’esordio in serie A e in Coppa Uefa e poi via come una trottola in una serie di prestiti e trasferimenti, da Bologna al Vicenza, passando per Reggina e Padova e arrivando tre mesi fa a Livorno. In parallelo, la trafila con tutte le Nazionali giovanili dall’Under 17 fino all’Under 21, con l’etichetta di centrocampista di sicuro avvenire.
Il cuore sempre fisso a Bergamo, la sua città, dove tornava in ogni momento libero insieme alla fidanzata, Anna. «Quel viso all’apparenza un po’ triste nascondeva una dolcezza incredibile –racconta Mino Favini, responsabile del vivaio dell’Atalanta, che l’aveva visto trasformarsi da bambino in uomo - Piermario ha sofferto tanto nella sua vita, ma riusciva a conservare un carattere e una disponibilità unici: è stato il capitano di tutte le nostre squadre giovanili e tutti gli volevano bene. Spesso è scontato parlare bene di qualcuno dopo la sua morte, ma in questo caso non si tratta affatto di retorica: è un’ingiustizia come la sfortuna si possa essere accanita contro una persona speciale come lui». Il suo idolo era Mathias Almeyda, l’argentino che giocò nella Lazio, un combattente come lui. Amava il calcio ma pure la musica: nel suo profilo Twitter le foto di un concerto di Jovanotti accanto ad una con la maglia di Ibrahimovic.

Forse, come calciatore, avrebbe potuto ottenere di più nella sua carriera, ma, di certo, come uomo, avrebbe sempre reso orgoglioso mamma e papà. Ci sono ragazzi che scherzano con il destino, nel caso di Piermario Morosini - il calciatore nascosto sotto una nuvola - il destino ha scherzato con un ragazzo: il sole se ne è sempre rimasto altrove, alla ricerca di altre storie molto più superficiali.

Domenica 15 Aprile 2012 - 10:40
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