ROMA - Il professor Bruno Carù, cardiologo di fama mondiale, ha con il mondo dello sport un rapporto speciale. Ha seguito tanti campioni, da Nwankwo Kanu, Taribo West e Khalilou Fadiga per rimanere al calcio ma anche cestisti come Gregor Fucka e Riccardo Morandotti. Il professor Carù è convinto che in Italia i controlli per l’idoneità agonistica siano ottimi e tragedie come quella di Piermario Morosini rarissime. «Siamo tra i migliori al mondo sotto questo aspetto», ha spiegato Carù e il ministro dello sport e turismo, Piero Gnudi, convinto della bontà dei nostri test, chiede che i controlli siano sempre più accurati e, soprattutto, frequenti.
Professor Carù, cosa pensa dei controlli medici per l’idoneita agonistica?
«Per i nostri atleti i controlli che vengono fatti sono di grande livello. Altrove, come in Inghilterra, non controllano assolutamente niente».
Si riferisce al recente caso di Muamba?
«Il calciatore ha una cardiopatia congenita e lo hanno lasciato giocare. Adesso dicono anche che potrebbe tornare in campo con l’ausilio di un defibrillatore. È davvero una follia».
Nelle ultime settimane ci sono stati diversi morti nello sport. Tra i decessi c’è anche Bovolenta, un azzurro di primo piano del volley.
«Vigor aveva giocato in due Olimpiadi e, per questo, era stato controllato a fondo. Però l’età del giocatore, 37 anni, può aver giocato un brutto scherzo. È difatti un’età in cui la cardiopatia può sorgere, indifferentemente dall’attività sportiva o meno».
Lo stress può influire?
«Assolutamente no».
Torniamo a Bovolenta. Tragedia evitabile?
«Solo dei controlli più specifici possono rivelare un teorico rischio ma a volte non si fanno perché non ci sono sintomi».
L’imprevedibile, il caso, è sempre dietro l’angolo, vero professore?
«Prendiamo la morte di Davide Ancilotto, il giocatore di basket scomparso nel ’97. Ancilotto è stato colpito da un aneurisma cerebrale, un male che si individua solo con una angiografia cerebrale. Ma nulla faceva prevedere questo male e, quindi, non c’è stato un controllo».
Morosini ieri è crollato a terra e non si è più ripreso. Quale può essere stata la causa?
«Adesso è difficile esprimere un giudizio: ho solo visto l’episodio».
Lei ha curato campioni come Fucka al quale volevano negare l’idoneità agonistica.
«Gregor sembrava non dover più giocare a pallacanestro. L’ho autorizzato io, sotto la mia responsabilità, a tornare in campo perché non c’erano rischi. E ha vinto gli Europei».
Il calcio ha vissuto di recente la vicenda di Cassano, fermato per questioni di cuore.
«È una storia completamente diversa, direi anche montata per ragioni mediatiche. Il disturbo di Cassano è relativamente frequente e non sempre necessario correggere. Operato al cuore? Ma per carità... Gli è stato applicato un piccolo ombrellino per otturare il forame. Venti minuti dopo era a posto. Ha atteso sei mesi per tornare a giocare, perché questo hanno chiesto, ma poteva farlo anche prima».
Professore, nello sport si registrano troppe morti improvvise. Perché?
«Non ho una risposta razionale. Dico semplicemente: il caso. La verità è che non ci sono risposte».
A che punto è, professore, la medicina dello sport per prevenire tragedie come quella di Morosini?
«Gli strumenti ci sono ma qualche volta si fa di tutto per non seguirli. Guardi la storia di Muamba: lo hanno lasciato giocare».
Solo lui?
«Macché. Fadiga sotto sforzo rischiava la vita. Gli ho impedito di giocare, quando era venuto all’Inter nel 2003, ma lui ha preferito andare in Inghilterra (al Bolton, lo stesso club di Muamba, ndr) e lì lo hanno lasciato fare. Ha avuto due arresti cardiaci in campo e poi ha smesso».