ROMA - Se non fosse per lo tsunami che si è abbattuto sui mercati finanziari e ha fatto schizzare lo spread fino a quota 410, da Palazzo Chigi non sarebbe uscito neppure un sospiro. La linea di Mario Monti, a maggior ragione per la sua natura di tecnico prestato alla politica, è di assoluta neutralità. Niente tifo, né per Francois Hollande, né per Nicolas Sarkozy. Ma il professore è allarmato dal proposito del leader socialista di rinegoziare il fiscal compact, il trattato per l’unione fiscale e di bilancio faticosamente firmato a inizio marzo a Bruxelles da 26 Paesi europei. Regno Unito escluso.
«Per Monti il fiscal compact è una questione chiusa», dice un suo stretto collaboratore esperto di questioni europee, «quel trattato serve per tranquillizzare i tedeschi e per offrire una copertura alla Banca centrale europea». Piantato il paletto, utile a tranquillizzare i mercati che in occasione delle tempeste finanziarie colpiscono i Paesi a più alto debito come l’Italia, Monti fa filtrare la speranza che quello di Hollande sia un bluff elettorale. «Il professore dubita che il leader socialista voglia davvero rivedere il fiscal compact, spesso i candidati non rispettano gli impegni elettorali per ragioni superiori... Piuttosto è molto probabile, anzi praticamente sicuro, che rilancerà sulla crescita. E questo va bene, ci troverà al suo fianco», aggiunge il consigliere del premier.
La prova della possibile collaborazione con il probabile vincitore del ballottaggio del 6 maggio è nei passi compiuti da Monti dal giorno del suo insediamento. Un freno all’asse Merkel-Sarkozy. Il sì al battesimo degli eurobond avversati da Berlino, la metamorfosi della Bce in prestatore di ultima istanza sul modello della Federal Reserve americana, un fondo salva-Stati più potente (punti del programma di Hollande condivisi da Monti). E soprattutto la lettera dei Dodici (tra cui Regno Unito e Olanda) promossa dal professore e dal ministro per l’Europa, Enzo Moavero, all’ultimo Consiglio europeo del 30 gennaio. Un documento in cui si chiedeva di rilanciare il mercato unico per favorire la concorrenza, e dunque la crescita. E in cui si lanciava la proposta di un accordo commerciale più stringente tra Unione e Stati Uniti. «Siamo stati i primi a collegare l’indispensabile rigore finanziario e la disciplina di bilancio alla questione della crescita», sottolinea Moavero.
La ricaduta pratica del nuovo vento e dei nuovi equilibri europei, se davvero Hollande riuscirà a prevalere su Sarkozy, potrebbe essere un allentamento della severità riguardo al pareggio di bilancio. Un traguardo che l’Italia, vista la recessione, raggiungerà (forse) con affanno. «Il rigore fiscale è sacrosanto», dicono a palazzo Chigi, «ma va applicato tenendo conto del ciclo economico». Della recessione, insomma. Tradotto: lo sforamento nel 2013 potrebbe essere superiore a quel 0,5% del Pil (il close to balance) già previsto dal fiscal compact e già contabilizzato dal governo nel Documento di economia e finanza. Ma guai a ipotizzare più spesa pubblica per spingere l’economia. «Questo non è possibile», ha ripetuto il premier sabato.
Il problema di Monti sarà tenere a freno gli entusiasmi e le spinte di Pdl e Pd, pronti a saldarsi in un’inedita Grossa Coalizione per quanto riguarda la crescita e l’insofferenza contro l’arcigna Merkel. Perfino il partito di Berlusconi tradisce Sarkozy e si schiera con Hollande. Da Renato Schifani a Maurizio Gasparri, passando per Fabrizio Cicchitto, tutti festeggiano il socialista: «Basta con il soffocante rigore tedesco». E mentre Pier Ferdinando Casini «spera che l’Europa cominci a parlare di sviluppo», il Pd cavalca il vento d’Oltralpe. Pier Luigi Bersani, come Massimo D’Alema, festeggiano: «Senza l’asse Merkel-Sarkozy, Hollande sarà un alleato prezioso di Monti che potrà far sentire la sua voce». E tutti e due smentiscono la voglia di elezioni in autunno. Il timore segreto di palazzo Chigi.