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Esodati, Mastrapasqua tranquillo:
«I numeri chiesti dal dicastero»

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di Luca Cifoni

ROMA I vertici dell’Inps, a partire dal presidente Mastrapasqua, scelgono la linea del silenzio nel giorno dell’attacco frontale da parte del ministro. Un silenzio che nonostante tutto è anche espressione di tranquillità: l’idea delle dimissioni non viene nemmeno presa in considerazione. E di fronte alla specifica accusa di aver voluto divulgare il documento con la stima dei 390 mila esodati, a Via Ciro il Grande ci si limita a far notare che quel testo, richiesto dallo stesso dicastero, era in possesso di molti uffici, non solo del Lavoro ma anche dell’Economia.

Del resto che interesse avrebbe avuto l’istituto a far uscire ora un testo datato 22 maggio? Il sospetto è che la sua diffusione in questo momento sia piuttosto funzionale alla manifestazione dei sindacati di sabato prossimo: la questione degli esodati sarà uno dei temi forti della giornata. O addirittura, l’operazione potrebbe avere una valenza politica, nel momento in cui il Pd cerca di riaprire la partita con il ministro.
Di certo la relazione tecnica della discordia è stata sollecitata dagli uffici di Elsa Fornero: le 390 mila persone indicate sono la platea potenzialmente interessata dalla norma di salvaguardia contenuta nel decreto salva Italia (poi parzialmente corretto con il cosiddetto milleproroghe). Ma la legge oltre ad elencare le varie tipologie, dalla mobilità al fondo dei bancari ai lavoratori autorizzati ai versamenti volontari, poneva anche un ben preciso limite quantitativo, ispirato non dall’Inps ma dalla Ragioneria generale dello Stato.

Un limite che nell’ultima versione del decreto è stato espresso non in termini di teste, di persone da salvare (65 mila) ma di soldi a disposizione, poco più di 5 miliardi di euro dal 2013 al 2019. Questa scelta, diversa da quella fatta in occasione di precedenti riforme previdenziali, si giustificava con la volontà di mantenere un minimo di flessibilità al momento del monitoraggio. Ma era chiaro che per la Ragioneria quei 5 miliardi significavano 65 mila salvati, ammessi a lasciare il lavoro con le regole in vigore fino al 31 dicembre 2011. Così quando è arrivato il decreto congiunto Lavoro-Economia, certo deludente per gli interessati, nessuno tra gli addetti ai lavori è rimasto sorpreso nel ritrovare, come in un gioco dell’oca, la stessa cifra da cui si era partiti.

D’altra parte lo stesso testo del salva-Italia conteneva alcuni punti deboli, di cui l’Inps era ben a conoscenza. Ad esempio a Elsa Fornero era stato suggerito di non inserire la clausola sui versamenti volontari. Per lo meno, non nella formulazione in cui è stata scritta nella legge, che di fatto coinvolgeva centinaia di migliaia di persone, anche relativamente giovani, dunque con effetto su anni molto lontani: alla sola condizione di aver ottenuto l’autorizzazione alla prosecuzione.

Paradossalmente, l’attacco frontale del ministro nei confronti dell’istituto può avere l’effetto di mettere la sordina al contrasto interno, che pure esiste, tra il presidente Mastrapasqua e il direttore generale Nori; una divergenza a cui contribuisce anche la particolare governance dell’Inps in cui non c’è un consiglio di amministrazione a fare da filtro tra le due figure. Quindici giorni fa alla presentazione del rapporto annuale dell’istituto proprio Elsa Fornero aveva confermato la propria volontà di affrontare e sciogliere questo nodo, affidandosi ad una commissione di studio. Ieri il nodo pareva piuttosto propensa a tagliarlo con la spada, ma la sua linea dura non trova il sostegno del premier Monti, a maggior ragione in una fase così delicata per il Paese.

Mercoledì 13 Giugno 2012 - 09:06
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