Grillo usa strumenti innovativi, ma il caso
Favia dimostra un deficit di democrazia

Caro direttore,
l'altra sera ho assistito solo parzialmente alla trasmissione televisiva "Otto e mezzo" e mi ha colpito il senso di colpa provato dal giovane consigliere regionale Giovanni Favia del Movimento 5 Stelle.
Il motivo: essersi esposto in modo "imprudente" (così confessa) in un "fuori onda" contro il capo e il suo collaboratore. Al di là delle ragioni che possono essere a favore di Grillo o di Favia, mi sono chiesto se si possono provare sensi di colpa quando si è impegnati seriamente nei problemi concreti della realtà politica e se spetti al "capo" dettare da dietro le quinte le regole della buona condotta e censurare i comportamenti fino all’estromissione dal movimento per cui si manifesta ancora completa adesione. Tutto questo in un movimento che professa la democrazia più spinta, che afferma di non affidarsi a rapporti verticistici ma alla responsabilità del singolo e ai bisogni della gente.

Luigi Floriani
Conegliano (Treviso)


Caro lettore,
spesso in politica si costruisce il proprio consenso reclamando più democrazia e più libertà, salvo poi, una volta conquistato il ponte di comando, dimostrarsi assai meno sensibile tanto nei confronti della prima che della seconda. Da questo punto di vista Beppe Grillo, pur usando strumenti diversi e più innovativi, non si è rivelato molto diverso da tanti altri leader politici, del presente e del recente passato.

Le idee e le posizioni dell'ex comico genovese si possono più o meno condividere, ma, come hanno confermato i recenti episodi che anche lei ricorda, è evidente che il movimento da lui fondato sconta, almeno per ora, un deficit di democrazia. E non potrebbe essere diversamente. Quella di Grillo infatti è una sorta di leadership autocratica in salsa telematica.

Con intelligenza e facendo leva sulla crisi della classe politica italiana, il padre (padrone?) del Movimento 5 Stelle ha utilizzato lo strumento potenzialmente più aperto e democratico, la Rete, per creare una "non associazione" politica (così si autodefinisce) che non prevede al proprio interno veri spazi di discussione e di confronto tra i militanti, dove si vota e si sceglie tra opzioni diverse, ma solo blog, spazi aperti in cui ciascuno può dire liberamente la sua, ma alla fine decide, in perfetta autonomia, uno solo. Un "partito" del web che raccoglie voti ed elegge consiglieri e sindaci ma che si fa vanto di avere non uno Statuto, ma un "non Statuto" composto da 7 articoli, in cui si precisa che l'"epicentro" di tutto è comunque il sito "beppegrillo.it".

Niente di male, naturalmente. Ma è inevitabile che un movimento con queste caratteristiche, soprattutto sui grandi temi, conosca un solo verbo e una sola linea politica: quella che il suo vate e il suo cerchio magico, promulgano, di volta in volta, attraverso Internet. Ed è altrettanto naturale che un'organizzazione di questo tipo non possa che tollerare una dose minima di dissenso interno. Pena la sua progressiva disgregazione.

Giovedì 13 Settembre 2012



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