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Fa il test del dna a 84 anni: ora una figlia
illegittima può portare il nome del padre

Rosa Menardi: «Mi sono sempre vergognata. Tutti sapevano la
verità, ma ci siamo incontrati solo una volta per pochi secondi»

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di Ugo Pollesel

BELLUNO - «Non ricordo il momento preciso e come l’ho saputo. Ma è come se l’avessi saputo da sempre. Solo ora ho avuto la forza per chiedere e avere il riconoscimento che merito. Cioè quello di portare il nome di mio padre. Io, figlia illegittima, che per tutta la vita ho sofferto e mi sono vergognata della mia condizione».

Parla senza rancore Rosa Menardi "de Vico", nella stua della sua antica casa di Gilardon di Cortina (Belluno). Di quella frazione, cioè, che ha preso il nome dei suoi antenati, i Gilardoni. Lei, a 84 anni, ha avviato la causa per il riconoscimento della paternità, per poter portare il cognome di quell’uomo sposato che, nel 1927, ebbe una relazione clandestina con sua madre, dalla quale nacque lei. L’uomo se la cavò con mille lire, una cifra per l’epoca, date alla madre. E basta. Fu uno scandalo nella piccola Cortina di allora, una vergogna negli anni successivi.

Così, se solo pochi mesi fa la prova del Dna fatta sulla saliva del suo fratellastro le ha dato ragione, con tanto di sentenza del tribunale di Belluno, la sua vicenda racconta uno spaccato di vita che oggi appare lontano, ma che racconta meglio di tante altre storie il modo di vivere, di comportarsi, la scala dei valori, le debolezze e la forza della gente di montagna. Luci e ombre di un mondo a volte difficilmente penetrabile, ma che nella vita di Rosa trova un intrecciarsi di vicende e passioni che quasi lo raccolgono.

Lei, orgogliosissima della sua ampezzanità a tutto tondo, racconta dei Gilardoni, che costruirono la sua attuale casa nel 1476. Non che non si veda: appena entri ti accoglie un incredibile pavimento in testa di larice vecchio di almeno 300 anni. Le piccole porte testimoniano di altre ere, così come le vecchie stue e il "fornel". Tutto lì dentro sa di storia ampezzana. A cui Rosa tiene moltissimo, e anche quando ti mostra le sue foto da giovane è sempre ritratta nel costume tipico, anche quello antico.

«Sono nata in questa casa il 4 marzo del 1928 - racconta -. La levatrice, siccome ero illegittima, voleva lasciarmi morire. Fu mia zia ad opporsi, e così eccomi qua. Ho sofferto tanto per la mia condizione di figlia illegittima. Quanto mia madre. Fin da piccolina, due o tre anni, chiedevo dove fosse mio papà, ma mi davano risposte vaghe. Poi, un giorno, capii».

Nella Cortina dell’epoca lo scandalo fu grande, ma come spesso capita in montagna se ne parlò sottovoce, e si voltò pagina. Salvo poi riaprirla quando faceva comodo per una scudisciata in volto.

La piccola Rosa va alle elementari. «Soffrivo nel vedere il papà delle mie compagne, mentre io non lo avevo. Un giorno, in quinta, la nuova maestra chiese a ognuna di noi della nostra famiglia. Io ero terrorizzata a dover dire che il papà non lo avevo. Poi, prima di me, lo disse un’altra bambina. E allora tirai un sospiro di sollievo: non ero più l’unica».

La vita scorre, dura come era allora in montagna, anche a Cortina. E Rosa cresce, pur tra qualche battuta a mezza bocca, e nella paura di essere sempre dileggiata. «Una volta fuori dalla chiesa una signora mi sibilò il nome di mio papà - ricorda Rosa -, ma io non dissi nulla. Tutti a Cortina sapevano chi fosse mio padre. Compresa sua moglie. Ma non se ne parlava. Anch’io lo vedevo in paese, e ogni volta era un tuffo al cuore, ma non ebbi mai l’occasione di parlargli. Finché un giorno, era quasi Natale, mentre eravamo in visita a una signora malata, fu annunciato l’arrivo del parroco accompagnato, come si usava allora, dal presidente dell’ente comunale di assistenza che le avrebbe portato un pacco dono. Io sapevo che quell’uomo era mio padre. Lo vidi entrare e non fiatai, ero emozionatissima. Lui parlò con la padrona di casa, poi con gli altri, e poi si avvicinò a me e mi disse "Bon Nadà, pizola". E se ne andò. Sono le uniche parole che ci siamo detti».

«Ma per me le umiliazioni c’erano sempre - continua Rosa -. Un po’ di qua e un po’ di là sentivo continui riferimenti alla mia situazione. Un giorno una mia cugina venne da me e mi disse, peraltro senza cattiveria, "sai Rosa che ho saputo che siamo cugine da due parti diverse?"».

Ma la vita va avanti. Rosa studia, e finisce con il diplomarsi a Roma all’Istituto tecnico femminile. «Mi hanno aiutato molto le suore Orsoline di qui», ricorda. Viene anche a sapere di avere due fratelli dal matrimonio di suo padre. Con i quali, però, naturalmente non parla. Poi comincia a insegnare all’istituto d’arte di Cortina. Finché, un giorno, dopo «essere scesa a Cortina» (come dicono gli ampezzani veri, "andare in centro" lo dicono i foresti) decide di andare in chiesa per una preghiera. Vede un’epigrafe, e chiede a una donna lì vicino: «Chi è morto?». Nessuna risposta. Rosa intuisce, si avvicina a sua volta e vede il nome di suo padre su quell’epigrafe. È il 1974, e nel testamento il papà non la nomina, come non fosse mai esistita. Tutto va al figlio e alla figlia avuti dal matrimonio.

Benchè mai Rosa fosse stata riconosciuta nè trattata come una sorella, il fratellastro la aiutò a sbrigare alcune pratiche e soprattutto si prestò per la festa dei cinquecento anni della casa storica di Rosa offrendo tutti gli arrosti.

Purtroppo Rosa tutti sanno chi è, ma non ha alcun riconoscimento ufficiale. Porta un cognome diverso da quello dei fratelli, e questo pare il suo destino. Fino a quando proprio una questione di eredità la fa entrare in contatto con l’avvocato Letizia Ortica e con il figlio Carlo Isidoro Colombo, studio a Treviso ma casa a Cortina. La quale le spiega che il riconoscimento di paternità non solo era possibile, ma facilissimo da ottenere. «Mi pareva un sogno - spiega oggi Rosa -. Io pensavo che, data la lontananza dai fatti, fosse ormai impossibile. E comunque molto difficile, con il rischio di un procedimento che mi facesse rivivere tutte le umiliazioni patite nella mia vita. Invece l’avvocato Ortica mi ha parlato di questa prova del Dna che poteva chiarire tutto. E così è stato: mio fratello si è prestato e la perizia ha accertato la cosa.

Ora porto finalmente il nome di mio padre, posso dirlo a tutti. Per la verità, non posso dire che in Ampezzo mi abbiano emarginata, anzi. Era più un problema mio, e di qualche altra persona. Persino una mia zia non ha mai voluto prendermi in braccio da bambina, e mia mamma soffriva molto per questa carenza di affetto che alcuni avevano nei miei confronti. Al punto che di questa cosa io e lei non ne abbiamo mai parlato. Altre volte, quando qualcuno voleva offendermi, faceva riferimento al soprannome di famiglia di mio padre. E io dovevo stare zitta. Ma ora non più. Adesso è davvero finita».

Domenica 19 Agosto 2012 - 15:53    Ultimo aggiornamento: Lunedì 20 Agosto - 20:42



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