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29-02-2012 sezione: NORDEST

"Parcheggiata" in pronto soccorso
per 8 ore, poi portata a morire in reparto
Un infermiere: «Mi sono vergognato». Il primario: «Niente
di scandaloso». Il marito: trattata con umanità dal personale

VENEZIA - Una malata terminale "parcheggiata" nell’ambulatorio del pronto soccorso per oltre sette, lunghissime ore: dalle 4.20 della notte, quando è arrivata d’urgenza all’ospedale Civile di Venezia, fino alle 11.50 della mattina, quando si è finalmente liberato un posto letto in reparto. Lei stesa in una barella, protetta solo da due paraventi, mentre medici e infermieri continuavano a visitare gli altri pazienti in arrivo. I suoi parenti fuori, in corridoio, ormai rassegnati non solo alla morte della loro cara, che è poi avvenuta quello stesso pomeriggio, ma anche al fatto che nell’ospedale veneziano non si trovi un posto subito nemmeno per un moribondo.

Il fatto è successo una decina di giorni fa. E sul caso ora punta il dito la Uil, come emblematico della carenza di posti letto del Civile. Una situazione nota, che costringe il personale a fare i salti mortali per trovare un posto letto ai pazienti in arrivo, con la nota e contestata pratica degli "appoggi", i ricoveri in reparti che non sarebbero quelli di competenza. La direzione del pronto soccorso, però, minimizza questo episodio, in cui l’attesa "vera" sarebbe stata di poco più di due ore, mentre il resto del tempo sarebbe stato impiegato per le valutazioni. Quasi una versione contro l’altra.

«Quel giorno mi sono vergognato per quel che stava accadendo - accusa senza mezzi termini Luciano Ferro, infermiere del pronto soccorso, nonché sindacalista Uil -. Non c’è stato rispetto per la dignità di un malato tanto grave. Siamo stati costretti a farle le trasfusioni lì, in ambulatorio, in quella che dovrebbe essere l’area rossa dedicata alle visite. I medici hanno cercato un posto letto per ore, ma l’ospedale era pieno, come capita spesso...». «La mancanza di posti letto è un problema reale e questa storia ne è l’ennesima dimostrazione - aggiunge il rappresentante della Uil, Francesco Menegazzi -. Non si può trattare un malato terminale così e la Regione deve tenere conto delle esigenze dell’ospedale di Venezia, non solo a parole».

«Non è successo nulla di scandaloso - ribatte il primario del pronto soccorso, Michele Alzetta -. C’è stata una valutazione del caso, abbiamo fatto anche un percorso di terapia. Il pronto soccorso ha gli spazi che ha e l’ambulatorio era il posto più protetto. Probabilmente quella persona si è fermata un po’ di tempo in più, anche perché, vista la situazione, si voleva trovare un posto letto decoroso, non un appoggio qualsiasi. Non vedo alcun caso eclatante, alcuna dimostrazione di carenze: alla fine il letto è stato trovato».

I parenti della donna, da parte loro, confermano il problema del letto che non si trovava, ma sottolineano anche l’umanità e la professionalità con cui sono stati trattati. «Con quello che accade in giro per l’Italia, dev’essere un problema generale - allarga le braccia il marito -. Quando siamo arrivati non c’erano posti, abbiamo aspettato ore. Ma il personale si è prodigato per mia moglie, medici e infermieri hanno fatto tutto quello che potevano. Alla fine le hanno trovato una stanza da sola in malattie infettive. E lì è morta, alle cinque del pomeriggio».